LE RELAZIONI SONO LO SPECCHIO IN CUI VEDIAMO NOI STESSI

Spesso succede che le persone con cui abbiamo un legame sono proprio quelle che più di tutte possono spronarci a mettere in gioco tutte le nostre risorse. Per quanto pesanti possano risultarci, forse sono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno: la persona meno adeguata può essere il nostro miglior maestro”.

(Elisabeth Kübler-Ross)

Elisabeth Kübler-Ross, in queste poche righe, mostra una delle dinamiche umane più semplici da comprendere e, allo stesso tempo, più complesse da gestire nella pratica quotidiana.

Le relazioni umane ci interessano e ci concernono, e, proprio come scrisse Jon Krakauer nel suo libro “Nelle terre estreme” (1996), “la felicità è reale solo se condivisa”. Non possiamo dunque che prenderne atto ed accettare che l’essere umano è indissolubilmente legato alla presenza sia fisica che emotiva dell’altro. E così tutto inizia nei primi mesi di vita, in cui lo stretto legame di sana dipendenza del bambino nei confronti della madre permette l’instaurarsi di una solida e stabile (nel migliore dei casi) base psichica sopra la quale costruire, ambizioni, relazioni, desideri e credenze nei confronti dell'ambiente che ci circonda. Più siamo stati nutriti di relazioni sane, più tendenzialmente vivremo con più serenità gli scambi con i nostri pari. Tuttavia, potrebbe venire spontaneo chiederci: “E’ dunque finita? Un passato ricco di imprevisti può aver compromesso l'intero percorso di vita?”. La risposta è fortunatamente no, e lo strumento più utile e rivoluzionario a vostra disposizione potrebbe essere proprio quello che più detestate: la persona che vi ha appena fatto arrabbiare.

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Il primo principio fondamentale da tenere in considerazione è che le emozioni che proviamo appartengono a noi, non all’altro. Sono rilasciate dal nostro sistema nervoso, siamo noi a crearle e siamo noi a viverle in tutta la loro intensità. Il fatto che ci provochino benessere o malessere non è importante, ciò che conta veramente è la capacità (e questo è il pezzo più difficile) di fermarsi e porsi questa domanda: “cosa mi ha irritato o cosa non ho gradito nel contatto con l’altro?”. Spesso, sia il positivo che il negativo che riceviamo dai rapporti viene dato per scontato e raramente vi è un momento in cui riflettiamo sui motivi che ci hanno fatto provare determinati stati emotivi. Porsi questa domanda, nei casi in cui l’altro sia stata una compagnia particolarmente piacevole, può aiutare ulteriormente ad approfondire tale legame e ad avvicinarci sempre di più all’altro aumentando esponenzialmente il benessere provato. Nel caso in cui, invece, l’altra persona ci abbia destabilizzato, potremmo chiederci: “come mai faccio così tanta fatica a gestire questo tipo di situazione con questa persona?”. Se volessimo andare più in profondità potremmo cercare di fare mente locale e chiederci: “ho vissuto situazioni simili nelle quali ho riscontrato le stesse difficoltà?”. Tendenzialmente la risposta è “sì” ed è qui che si apre un ventaglio di esempi pressoché illimitato:

1) “Perdo la pazienza quando gli altri non mi ascoltano”;

2) “Ucciderei tutti coloro che pensano di sapere tutto”;

3)“Creerei un girone dell’inferno a parte per quelli che non mettono la freccia quando vogliono svoltare”;

4) “La prossima volta che dice di essere confuso lo lascio”;

5) “La prossima volta che insiste nel chiedermi come sto la blocco su Whatsapp”;

6)“Mi sono arrabbiata perché non si è accorto del nuovo taglio di capelli”;

7)“Chiedo solo 2 ore di silenzio per vedere la partita”.

Spesso, le situazioni in cui ci troviamo in difficoltà riflettono una nostra incapacità di gestire determinate dinamiche e, ricollegandoci agli esempi sopra citati, potremmo tradurre le frasi in modo da evidenziale la difficoltà provata da noi.

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1. L’incapacità di attirare l'attenzione in un gruppo o di far valere le proprie opinioni;

2. La paura che l’altro possa mettere in discussione una tematica a noi molto cara o la sensazione di inferiorità nella quale ci “spinge” a sprofondare;

3. La difficoltà nell’accettare che anche gli altri possano sbagliare (sfido chiunque a non essersi mai dimenticato di mettere la freccia almeno una volta nella vita);

4. Un bisogno di avere certezze dall’altro talmente impellente da non portare a rispettare una eventuale e reale necessità di fare chiarezza con i suoi desideri;

5. Un eventuale senso di colpa che inibisce una comunicazione chiara che potrebbe permettere lo stabilire di confini ben definiti all’interno della relazione;

6. Il bisogno di sentirsi visti o importanti agli occhi dell’altro;

7. La difficoltà nel negoziare gli spazi e il tempo all’interno di un rapporto.

Questi sono esempi molto pratici che ci portano a riflettere su come spesso non sono le situazioni ad essere difficili ma siamo noi ad avere delle difficoltà nei loro confronti. Per fortuna è un po’ come andare in bicicletta, all’inizio sembra impossibile imparare a pedalare ma, dopo un po’ di tempo, finisci col chiedere a qualcuno di insegnarti come si fa ad andare senza mani.

L’altro, quindi, non solo non è la fonte del nostro malessere (e meno male, questo significherebbe che noi siamo completamente dipendenti dal suo modo di essere e di fare), ma potrebbe diventare un importante maestro di vita dal quale potremmo apprendere importanti insegnamenti. 

Le relazioni sono lo specchio di noi stessi

“Esaminando tutto ciò che ci irrita, arriveremo a comprendere noi stessi”.

(Carl Gustav Jung)

Se vi state chiedendo qual è il metodo più facile per imparare a pedalare, il caro vecchio Jung vi ha appena risposto.

Il secondo principio si basa su un concetto ben noto agli psicologi, ed è quello della Proiezione.

Ciò che ci serve sapere, e che il secondo punto fondamentale di questo articolo si propone di trasmettere, è che “proiettiamo sugli altri ciò che non vogliamo vedere in noi stessi”.

Vi sarà capitato durante una discussione di gridare “sì, ma non urlare” o di affermare con tono spazientito “oh, ma stai calmo”.

Chi ha lavorato con gruppi di bambini sa che alzare la voce non è mai una buona idea, perché si finisce col generare ancora più confusione, e che perdere la pazienza con un una persona spazientita non porterà la conversazione ad approdare in spiagge di comprensioni caraibiche.

Un tanto affascinante quanto pericoloso meccanismo proiettivo che potrebbe aiutare a fare chiarezza e che spesso ho visto agire è quello della “richiesta di conferme”.

Inventiamo due nomi: Luca e Alessia.

Luca si porta dentro un costante bisogno di conferme, sente di non valere abbastanza e si ritrova spesso a chiedersi come mai l’altra lo abbia scelto; in fondo, il mondo è pieno di ragazzi belli e simpatici, perché proprio lui? Quanto può durare? Fa molta difficoltà a fidarsi della persona amata e questo lo porta ad analizzare ogni gesto e ogni azione compiuta nei suoi confronti. Passa le serate e i pomeriggi con gli amici a speculare sulle reali intenzioni della sua partner, Alessia, che puntualmente, al momento del loro incontro, tempesta di domande e osservazioni portando la relazione su un piano molto mentale e poco emotivo.

Alessia inizialmente era convinta dell’attrazione che provava nei confronti di Luca, ma i continui confronti e le infinite speculazioni su come lui potrebbe non essere l’uomo della sua vita la spingono a dubitare del suo fin ora indiscusso interesse.

Dopo alcuni mesi, Alessia va in crisi e inizia a pensare che forse non è il caso di continuare la relazione con Luca.

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La proiezione agita da Luca in questo caso è la svalutazione che egli stesso agisce nei suoi confronti. Il suo non essere sicuro del suo stesso valore lo spinge a chiedersi perché mai l’altro dovrebbe stare con una persona che vale così poco e fa di tutto per non confermare tale credenza. Tuttavia, il risultato che ha ottenuto è stato l’opposto di quello sperato. Quest’ultima parte, se vogliamo essere più precisi, si chiama identificazione proiettiva. Mentre la proiezione consiste nel proiettare nell’altro pensieri o credenze che ci appartengono ma che non vogliamo accettare (in questo caso “non valgo abbastanza per meritare una relazione affettiva con te”), l’identificazione proiettiva si ha quando siamo talmente bravi a proiettare che portiamo effettivamente l’altro a credere nella nostra proiezione (in questo caso Alessia si è lasciata contagiare dai dubbi instillati da Luca su Luca stesso).

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Luca quindi, proiettando la svalutazione che agisce nei suoi confronti sull’altro, è finito col rimanere solo.

Se la prima parte dell’articolo ha lo scopo di trasmettere l’importanza dell’assumersi la responsabilità delle proprie reazioni emotive in modo da usarle a nostro vantaggio come strumento di crescita, questa seconda parte vuole porre l’attenzione sulle conseguenze alle quali può portare una mancata consapevolezza di ciò che agiamo nei confronti dell’altro. Le credenze e, soprattutto, i vissuti emotivi sottostanti ad esse influenzano in modo incisivo la qualità dei nostri rapporti sia nella fase di scelta che in quella di gestione. Esserne consapevoli è, dunque, il primo passo per poter avviare un cambiamento e, riconciliandosi con se stessi, tornare ad essere gli autori del proprio romanzo di vita.

Articolo a cura di Lorenzo Priore