I SOGNI NELLA STORIA

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I SOGNI NELLA STORIA

Il più antico documento riguardante i sogni è stato rinvenuto in Mesopotamia e sembra risalire a circa 5 mila anni fa (poema epico). E, da allora, non solo si è discusso sull’origine dei sogni, ma anche sulle loro funzioni, sul loro significato e sulle competenze e il ruolo che ha chi si assume il compito di interpretarli.

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Per gli antichi Egizi, i sogni provenivano dal mondo divino, ragion per cui venivano utilizzati da chi esercitava la divinazione (capacità di ottenere informazioni da fonti soprannaturali); venivano utilizzati anche per curare non solo le malattie dell’anima ma anche quelle fisiche (medicina onirica).

Questo interesse per i sogni li portò ad elaborare uno dei primi dizionari sul tema: il “Libro dei sogni ieratico” (libro sul significato dei simboli). Crearono anche amuleti per favorire i sogni come, ad esempio, un

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poggiatesta con incise delle formule magiche (decisamente poco comodo). I sogni positivi erano inizialmente collegati col dio Horus e quelli negativi col dio Seth.
Nel Nuovo Regno, il ruolo del sogno cambia totalmente diventando un messaggio magico che le divinità donavano all'uomo. Considerando che le visioni notturne erano, per gli egizi, dei messaggi premonitori, si cominciò ad interpretarli istituendo una vera e propria arte divinatoria.
Questi indovini erano diventati talmente popolari da godere di una grande considerazione e da guadagnare

molto denaro. Purtuttavia, assicuravano la veridicità delle previsioni con la loro stessa vita, per 

Per gli antichi Babilonesi, il sogno era una sorta di viaggio notturno nell’aldilà e serviva all’uomo per trovare vigore ed energie che gli davano la saggezza necessaria ad affrontare la vita di tutti i giorni. La scienza che si occupava dell’interpretazione dei sogni era chiamata “Oneirocritica” e i volumi che ne descrivevano i metodi ebbero un posto di rilievo nella famosa Biblioteca di Ninive.

cui, in caso di evidente sbaglio 

 sull'interpretazione, venivano uccisi.

Edda Bresciani, La porta dei sogni, Interpreti e sognatori nell'Egitto antico

In seguito arrivarono i Greci. Su di loro possiamo dire che coloro che avevano ricevuto un’istruzione possedevano una propria visione del ruolo svolto dai sogni. Platone riteneva che i sogni fossero una manifestazione della parte dell’uomo fatta di appetiti che il filosofo definisce “tremendi, selvaggi e contrari alla legge”. Dello stesso avviso Eraclito che sottolineava, al contrario degli Egizi, che i sogni fossero un prodotto della mente umana e non del divino. Tuttavia, il popolo era molto legato alle tradizioni e credeva che durante il sonno Asclepio (o Esculapio), il dio della medicina, visitasse la persona per ispirarla, guarirla o guidarla. Avevano pertanto creato dei santuari (gli Asclepiei) verso cui i malati si recavano per guarire (ne esisteva uno anche a Roma sull’Isola Tiberina, edificato nel 289 a.C). All’arrivo, i ministri del tempio valutavano le esigenze del pellegrino, che, 

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Il sogno di Esculapio, Ricci Sebastiano, 1720

dopo aver compiuto rituali di purificazione, veniva ammesso in un dormitorio sacro sotterraneo e vi passava la notte. Asclepio sarebbe comparso in sogno e avrebbe operato un intervento sul male o avrebbe indicato, con scene simboliche, una cura.

Ma arriviamo a noi. Nel nostro Medio Evo è continuata la tradizione dell’analisi delle visioni e della pratica divinatoria legata ai sogni (i sogni venivano collegati alla posizione degli astri nel momento in cui si formava il sogno). Questa pratica divinatoria venne avversata duramente dalla Chiesa, che la considerava magia e 

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stregoneria da combattere con ogni mezzo. Dopo averla messa fuori legge con il Concilio di Antiochia, la Chiesa la combatté con il “Malleus Maleficarum” (Il maglio delle streghe -1486), il libro–strumento usato dall’Inquisizione per condannare a torture e a morte crudelissima chi, soprattutto 

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donne, faceva sogni inaccettabili per l’ortodossia divenendo, pertanto, colpevole di eresia senza prove d’appello.

Per quanto riguarda il cattolicesimo, esso si è recentemente chiesto se non abbia commesso un grave errore nel farsi sottrarre da psicologi e filoni New Age un tema che sarebbe stato di loro competenza, ovvero il contatto col divino tramite l’esperienza onirica.
E qui la questione si fa complessa perché, se è vero da un lato che nel vecchio testamento vi sono numerosi riferimenti ai sogni, nel nuovo testamento essi sembrano essere molto meno presenti.

Tuttavia, nella genesi Dio parla a Giacobbe in sogno mostrandogli la famosa

Malleus Maleficarum, Heinrich Kramer, 1486

scala che si protende fino in cielo; lo stesso figlio di Giacobbe, Giuseppe, durante la prigionia in Egitto diventa un apprezzato interpretatore di sogni, così come il profeta Daniele alla corte di Nabuccodonosor. Anche Giuseppe, il padre di Gesù, nel vangelo di Matteo riceve in sogno la notizia del concepimento soprannaturale di Maria e, in seguito, il suggerimento di scappare con moglie e figlio in Egitto e, infine, della morte di Erode che gli permetterà di far ritorno in Israele.

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Quindi sembrerebbe che i sogni svolgano un ruolo importante e riconosciuto nella religione cattolica. Tuttavia, c’è chi non è di questo avviso.
Come Tommaso d’Aquino, che nella Somma Teologica sintetizza la posizione della chiesa a riguardo. Secondo lui, e altri che si sono espressi prima di lui, la chiave di volta sta, ebbene sì, nell’intenzione.

Se si opera oniromanzia, ovvero la divinazione in base ai sogni, ovvero se si cerca attivamente una risposta alle proprie domande e ai propri bisogni nei sogni, allora ci si rende vulnerabili alle invasioni demoniache, essendo i demoni a comunicare con il sognatore, e non Dio. Se invece non si svolge un ruolo attivo nei loro confronti allora, quando sogneremo, sarà stato Dio a comunicarci il suo volere tramite il sogno.

In seguito, alcuni teologi cattolici come Gerard Gordon hanno cercato di operare una sincrasia, ovvero l’unione di più filoni di pensiero molto differenti tra loro, in questo caso quello del cristianesimo e quello dello psicoanalista Carl Gustav Jung. Il tentativo, purtroppo, sembra esser stato vano. Anche l’orsolina americana Path Brockman (formatasi all’istituto Carl Gustav Jung di Zurigo) ha provato a farlo, ma uno degli scogli principali in cui si è imbattuta è il concetto di peccato. Ma perché proprio il peccato risulta essere uno degli elementi più destabilizzanti nell’incontro tra questi due mondi? Jung non riconosce il peccato in quanto tale,

lo identifica piuttosto in un conflitto tra due parti interne, parti che sembrano essere inconciliabili ed è proprio la loro incompatibilità a provocare la scissione nell’individuo e quindi a generare in lui la sofferenza che può prender forma nel ben noto e conosciuto a tutti noi “senso di colpa”. L’unica via d’uscita non sembra per Jung essere dunque il pentimento e la confessione dei propri peccati bensì uno sforzo dell’individuo che lo porti a far

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dialogare tra loro queste due parti affinché, da questo dialogo, emerga una sintesi, una integrazione che deve avere come caratteristica imprescindibile l’armoniosità. La risoluzione di questo conflitto porterà inevitabilmente all’assenza del dolore.

Per concludere, l’attività onirica è finita con l’essere considerata uno scarto della coscienza, rimanendo dunque un campo di indagine marginale per la scienza che si occuperà di altro, finché papà Freud non irromperà prepotentemente nella società con le sue teorie e il suo famoso libro “L’interpretazione dei sogni”, portando nuovo e rinnovato interesse per questa attività mentale che ogni notte ci aiuta a connetterci, se non col divino, con noi stessi.